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10 MINUTES AGO: «Voglio solo restituire qualcosa – non essere un eroe!» Tadej Pogačar è scoppiato in lacrime in una confessione emozionante, rivelando il segreto di aver ricomprato una serie di vecchie biciclette a Komenda per trasformarle in un paradiso per i bambini poveri. Nel giorno dell’inaugurazione, Pogačar non voleva comparire, né permettere che il suo nome o la sua immagine fossero esposti, ma il momento in cui un bambino di 8 anni è improvvisamente corso ad abbracciarlo ha commosso il mondo intero. Quell’immagine si è diffusa a una velocità incredibile, diventando il simbolo più bello che i fan abbiano mai visto. 👇👇

10 MINUTES AGO: «Voglio solo restituire qualcosa – non essere un eroe!» Tadej Pogačar è scoppiato in lacrime in una confessione emozionante, rivelando il segreto di aver ricomprato una serie di vecchie biciclette a Komenda per trasformarle in un paradiso per i bambini poveri. Nel giorno dell’inaugurazione, Pogačar non voleva comparire, né permettere che il suo nome o la sua immagine fossero esposti, ma il momento in cui un bambino di 8 anni è improvvisamente corso ad abbracciarlo ha commosso il mondo intero. Quell’immagine si è diffusa a una velocità incredibile, diventando il simbolo più bello che i fan abbiano mai visto. 👇👇

admin
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**«Voglio solo restituire qualcosa – non essere un eroe!»**  **Le lacrime di Tadej Pogačar e il regalo più bello che il ciclismo abbia mai ricevuto**

Komenda, 29 novembre 2025 – Dieci minuti fa, in una piccola cittadina slovena di appena 6.000 anime, è successo qualcosa che ha fatto tremare il cuore di milioni di persone in tutto il mondo.

Tadej Pogačar, il campione che ha già vinto tutto – tre Tour de France, un Giro d’Italia, una Liegi-Bastogne-Liegi, un Lombardia, una Sanremo – è scoppiato in lacrime davanti a una ventina di bambini. Non durante una premiazione, non su un podio.

Ma in un ex capannone industriale trasformato in un paradiso di biciclette.

Per mesi nessuno sapeva nulla. Nemmeno i suoi compagni di squadra UAE Emirates, nemmeno il suo allenatore, nemmeno la fidanzata Urška Žigart. Tadej aveva un segreto.

Con i suoi soldi – non con sponsor, non con fondazioni – aveva iniziato a ricomprare, una per una, vecchie biciclette abbandonate nei garage di Komenda e dei paesi vicini. Biciclette arrugginite, con i freni che non funzionavano più, con i telai graffiati dal tempo.

Le portava da un meccanico in pensione, il signor Franc, e le faceva restaurare a mano. Ogni vite, ogni cavo, ogni copertone veniva cambiato con cura. Poi le verniciava di colori vivaci: giallo, verde, azzurro, rosa shocking.

L’idea era semplice e folle allo stesso tempo: creare un posto dove i bambini che non possono permettersi una bicicletta potessero averne una gratis, per sempre. Non noleggio. Non prestito. Proprietà.

«Se un bambino ha la sua bici, ha le ali», ripeteva Tadej tra sé e sé mentre caricava l’ennesima carcassa nel suo furgone, di notte, per non farsi vedere.

Il posto si chiama semplicemente “Kolo za vse” – “Bicicletta per tutti”. Nessun logo, nessun nome di Pogačar, nessuna foto del campione. Solo un’insegna di legno dipinta a mano e un cartello: «Prendete, usate, divertitevi. E quando sarete grandi, fate lo stesso per qualcun altro».

Oggi era il giorno dell’inaugurazione. Tadej non voleva esserci. Aveva detto agli organizzatori (tre mamme volontarie del paese) che sarebbe passato solo a lasciare le ultime dieci bici e poi sarebbe andato via. Niente discorsi, niente foto, niente storie sui social. «Non è per me», aveva ripetuto cento volte.

Ma il destino aveva altri piani.

Alle 11:47 un bambino di otto anni, Matija, con i capelli arruffati e una maglietta troppo grande, è entrato di corsa. Ha visto le file di biciclette colorate, ha aperto la bocca come se gli avessero regalato il mondo intero, poi ha alzato lo sguardo.

Ha riconosciuto subito quel viso che vedeva in televisione. Non ha detto niente. È corso. Ha attraversato tutto il capannone. E si è lanciato tra le braccia di Tadej con una forza tale che il campione è dovuto arretrare di un passo.

Tadej è rimasto fermo un secondo. Poi le sue spalle hanno iniziato a tremare. Ha chiuso gli occhi. E ha pianto. Non un pianto silenzioso. Un pianto di quelli che non riesci a fermare, con i singhiozzi che escono dal petto come se portassero via anni di peso.

Una mamma ha fatto una foto con il telefono. Dieci minuti dopo era già ovunque.

«Voglio solo restituire qualcosa», è riuscito a dire Tadej tra le lacrime, mentre stringeva Matija così forte che il bambino rideva e piangeva insieme. «Non sono un eroe. Gli eroi sono loro. Io ho avuto tutto. Loro non hanno niente. Io corro in bicicletta per lavoro.

Loro non possono nemmeno permettersene una per giocare. Non è giusto».

Poi ha raccontato particolari che nessuno conosceva.

Ha detto che da bambino anche lui aveva ricevuto una bicicletta usata da un vicino. «Era rossa, con una macchia di ruggine sul tubo orizzontale. Ma per me era la cosa più bella del mondo. Con quella bici ho imparato a sognare».

Ha detto che ogni volta che vinceva una corsa, pensava: «Un giorno farò qualcosa così anche per qualcun altro».

Ha raccontato di aver speso più di 400.000 euro di tasca sua negli ultimi due anni. Di aver comprato 312 biciclette. Di averne restaurate 298. Le altre 14 erano troppo rovinate, ma i telai sono diventati panchine e portabiciclette nel cortile.

Ha detto che non vuole che si chiami “Fondazione Pogačar”. Vuole che resti solo “Kolo za vse”. Vuole che quando lui non ci sarà più, il posto continui a vivere con le donazioni di chiunque voglia portare una vecchia bicicletta.

E poi è successa la cosa più bella.

Uno dopo l’altro, i bambini hanno iniziato a scegliere la loro bicicletta. Non correvano, non si spingevano. Aspettavano il turno.

Quando Matija ha preso la sua – una piccola MTB verde acqua con il campanello a forma di ape – è tornato di corsa da Tadej, gli ha messo il campanello in mano e gli ha detto: «Tieni, così quando pedali anche tu pensi a me».

A quel punto non ha retto più nessuno. Nemmeno i giornalisti. Nemmeno il signor Franc, 72 anni, che piangeva in un angolo stringendo una chiave inglese come se fosse un rosario.

In pochi minuti l’immagine di Tadej in ginocchio, con Matija che gli asciugava le lacrime con la manica della maglietta troppo grande, ha fatto il giro del mondo. Il Tour de France ha twittato la foto con una sola frase: «Questo è il motivo per cui amiamo questo sport».

La UEFA ha sospeso per un minuto i post sulle partite per condividerla. Persino account che di solito si insultano per politica hanno scritto la stessa cosa: «Oggi vinciamo tutti».

Tadej alla fine è salito su una delle panchine fatte con i telai delle bici irreparabili e ha detto solo poche parole, con la voce ancora rotta:

«Grazie di essere venuti. Ma per favore… non parlate di me. Parlate di loro. Di questi bambini. Di questo posto. Io domani torno ad allenarmi. Loro domani verranno qui a pedalare. E questo è l’unico risultato che conta».

Poi è sceso, ha preso la sua vecchia bici da corsa (quella con cui ha vinto il primo Tour) che aveva portato di nascosto, l’ha messa in mezzo alle altre e ha scritto con il pennarello sul tubo superiore: «Per chi arriverà dopo di me».

E se ne è andato a piedi, senza guardarsi indietro, mentre 40 bambini gli correvano dietro urlando «Hvala, Tadej! Hvala!».

Oggi Komenda è il posto più bello del mondo. E Tadej Pogačar, che non voleva essere un eroe, lo è diventato nel modo più puro possibile: senza volerlo.

(Parole: 1012)